La relazione tra consumo di bevande zuccherate e steatosi epatica non alcolica (Nafld) è stata segnalata da tempo in numerosi studi epidemiologici; i risultati erano stati finora controversi, ma una nuova revisione sistematica supporta un’associazione significativa, sia negli uomini che nelle donne. Queste prove rafforzano la tesi secondo cui l’assunzione di bibite con zucchero aggiunto dovrebbe essere limitata, anche per ridurre questa condizione che è comunemente nota come fegato grasso.

Il consumo di zucchero è aumentato considerevolmente negli ultimi decenni e negli Stati Uniti si è calcolato che il 40% di tutto quello che viene aggiunto ai prodotti alimentari è utilizzato proprio nei diversi tipi di bevande, le classiche bibite gassate analcoliche ma anche quelle alla frutta e le bevande energetiche o sportive. Collegati anche all’obesità, questi prodotti vengono sempre più riconosciuti come un rischio per la salute e diversi Paesi e amministrazioni locali hanno introdotto tassazioni aggiuntive per scoraggiarne il consumo.

Stavolta questo comportamento alimentare scorretto è stato analizzato in rapporto a una condizione, la Nafld, che sta emergendo come preoccupazione per la salute pubblica in tutto il mondo: è oggi la più frequente causa di disfunzione epatica cronica e comprende un ampio spettro di malattie del fegato che vanno dal semplice accumulo di grasso nel fegato, benigno e non progressivo, a forme che possono invece evolvere in malattie molto più pericolose come la fibrosi epatica, la cirrosi e il carcinoma epatocellulare. Gli studi epidemiologici ne calcolano una diffusione variabile dal 13 al 46% della popolazione, ma le stime sono rese difficili dal fatto che, pur trattandosi di una malattia, la Nalfd è asintomatica.

L’esame della letteratura ha permesso di individuare sei studi condotti su 6326 partecipanti, 1361 dei quali erano stati diagnosticati con steatosi epatica: la metanalisi ha stimato un aumento di rischio del 40% di sviluppare Nafld tra coloro che bevono abitualmente molte bevande zuccherate.

Studio effettuato da ricercatori della Iran Università di scienze mediche a Teheran.

Renato Torlaschi

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