Il percorso terapeutico delle IBD (Inflammatory Bowel Disease) e delle IBS (Inflammatory Bowel Syndrome) passa anche attraverso lo stile di vita: dai ritmi di lavoro ai rapporti sociali sviluppati dal paziente, dallo sport al cibo.

Dieta FODMAP nella cura di IBS e IBD

Sempre più attenzione viene poi posta alle cure di sostegno di tipo non farmacologico e in particolare una review pubblicata a luglio 2018 sul World Journal of Gastroenterology ("Non-pharmacological therapies for inflammatory bowel disease: recommendations for self-care and physician guidance") pone l’accento su alcune raccomandazioni da seguire e monitorare:

  • una dieta a basso contenuto di FODMAP ma non eccessivamente restrittiva;
  • una regolare attività fisica, privilegiando gli esercizi cardiovascolari e di resistenza;
  • terapie cognitive e comportamentali, tecniche di mindfulness e di controllo dell’ansia.

L’influenza esercitata da questi componenti aggiuntivi sulle terapie farmacologiche può di certo risultare opinabile, in considerazione del fatto che i trial condotti hanno una durata limitata nel tempo e che i dati oggettivi non sono sempre facilmente misurabili, in relazione alle risposte dei singoli individui.

L’elemento dieta mantiene un ruolo tuttavia di rilievo nelle IBD in fase attiva, valutando sempre con cura gli alimenti da eliminare al fine da limitare possibili deficit nutrizionali.

Il ruolo antinfiammatorio della dieta FODMAP

Partiamo dal presupposto che, quando parliamo di patologie infiammatorie intestinali quali la Rettocolite Ulcerosa (RCU) o il Morbo di Crohn (MC) il cibo non va mai considerato né come la causa scatenante né come la panacea risolutiva ma come uno strumento di supporto, utile a contenere e mediare i processi infiammatori in atto, contribuendo a ridurre sintomi e dolori.

A questo punto entra in gioco la dieta low FODMAP (Fermentable Oligo-Di-Momo-saccharides And Polyols) ovvero a basso contenuto di:

  • oligosaccaridi quali i fruttani e i galatto-oligosaccaridi (derivanti da cereali e legumi);
  • disaccaridi quali il lattosio (attenzione al latte e ai suoi derivati);
  • monosaccaridi, compreso il celebre zucchero della frutta, il fruttosio;
  • polioli forniti in gran parte da frutta, verdura e dolcificanti di varia natura (sorbitolo, mannitolo, xilitolo e maltitolo).

Tali carboidrati infatti, risultando poco digeribili, andrebbero ad alimentare i processi di fermentazione batterica a livello intestinali, accentuando manifestazioni tipiche delle IBD quali gonfiore, crampi e diarrea.
Trattandosi di una dieta a esclusione, che prevede un apporto ridotto di svariate fonti nutrizionali, non andrebbe protratta per un periodo superiore alle 2-4 settimane, sempre sotto il controllo di un medico specialista.

In particolare, andrebbe valutata da parte di un nutrizionista l’eventuale integrazione orale di componenti essenziali (Magnesio, Potassio, Ferro, Calcio, oligoelementi, vitamine B12 e B9, vitamina D), probiotici (lattobacilli e bifidobatteri in particolare) e di omega-3 (ricavabili solo da alimenti quali pesce, noci e semi di lino).

L’impatto della dieta FODMAP sui pazienti

Dopo una breve panoramica sul ruolo teorico della FODMAP è opportuno spostare la discussione sui risultati clinici registrati in vivo, attraverso una serie di studi osservazionali e comparativi.

Tra le pubblicazioni che ne hanno valutato le evidenze in campo medico-terapeutico segnaliamo una review pubblicata nel 2016 sul Clinical and Experimental Gastroenterology ("Efficacy of the low FODMAP diet for treating irritable bowel syndrome: the evidence to date") in cui si è rilevato nella maggior parte dei pazienti un decremento significativo dei processi di fermentazione e un minore carico osmotico, specie a livello del tratto distale dell’intestino tenue e del colon prossimale.

Persino soggetti affetti da forme severe di IBD ne hanno ricavato giovamento, con miglioramento della sintomatologia addominale e intestinale, ma il protrarsi di una simile alimentazione nel tempo, per periodi eccessivi, potrebbe alterare il microbiota intestinale con conseguenze esacerbazioni cliniche.

In effetti gli studi più attendibili e significativi fino ad oggi condotti si basano su trial a breve termine, in media di quattro settimane, come la ricerca condotta su 16 atleti volontari sani ("Effect of a short-term low fermentable oligosaccharide, disaccharide, monosaccharide and polyol (FODMAP) diet on exercise-related gastrointestinal symptoms") che ha messo in evidenza come una dieta low FODMAP di breve durata contribuisce alla riduzione dei sintomi gastrointestinali e a una migliore gestione dell’attività, sia ricreazionale sia a livelli intensivi.

Dei benefici quindi da non sottovalutare per tutti coloro che, a discapito di patologie e sindromi invisibili agli occhi degli estranei ma spesso fortemente invalidanti, vogliono riappropriarsi di una vita appagante.

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