Esiste una relazione tra l’assunzione di acidi grassi polinsaturi Omega-3 (PUFA N-3), tramite integratori o alimenti arricchiti, e la prevenzione delle malattie cardiovascolari (CVD) tra gli adulti sani? Questo l’oggetto di uno studio pubblicato sull’International Journal of Molecular Sciences.

PUFA N-3 e malattie cardiovascolari CVD.
Esiste una correlazione tra l’arricchimento della dieta con acidi grassi polinsaturi PUFA N-3 e la prevenzione di malattie cardiovascolari in adulti sani?

Le malattie cardiovascolari (CVD) sono attualmente la principale causa di morte nei paesi sviluppati, anche in soggetti apparentemente sani; nonostante fattori ereditari predisponenti e non modificabili come età o razza, la possibilità di sviluppare CVD è fortemente associata alla presenza di condizioni dismetaboliche e alla deregolazione dei parametri clinici.
Aumento dei livelli di colesterolo lipoproteico a densità molto bassa (VLDL) e trigliceridi (TGC), diminuzione dei livelli di colesterolo lipoproteico ad alta densità (HDL), obesità, diabete e ipertensione, sono comunque fattori che possono essere parzialmente modulati dalla dieta e dallo stile di vita.

Nella letteratura specialistica vi sono numerose indagini incentrate sulla valutazione dell’effetto dell’assunzione di acidi grassi polinsaturi Omega-3, sotto forma di integratori o alimenti fortificati, per la gestione delle malattie cardiovascolari (CVD) e dei fattori di rischio per queste patologie. Per quanto riguarda invece l’effetto dei PUFA N-3 su pazienti sani, non sono disponibili molte informazioni a riguardo. L’obiettivo dello studio in esame è proprio quello di rivedere e discutere dati rilevanti da studi clinici condotti al fine di indagare gli effetti cardiovascolari potenzialmente protettivi esercitati dalla supplementazione di PUFA N-3 in adulti sani.

Il metodo

Sono stati presi in esame studi clinici condotti su soggetti di entrambi i sessi di età superiore ai 18 anni che non presentavano alcuno dei fattori di rischio stabiliti per le CVD.

I parametri clinici considerati sono:

  • il profilo lipidico sierico;
  • la funzione cardiaca (riempimento ventricolare, frequenza cardiaca, variabilità della frequenza cardiaca);
  • parametri vascolari ed emodinamici (attivazione piastrinica, attivazione endoteliale, tono vascolare, pressione arteriosa);
  • marcatori di ossidazione e infiammazione.

Al fine di rendere i risultati confrontabili e poterli discutere in modo critico, tutte le indagini sono state raggruppate in tre sezioni tematiche basate sui seguenti risultati investigati:

  • effetti sul profilo lipidico;
  • effetti sulla funzione cardiaca e pressione sanguigna;
  • effetti sulla trombosi, salute vascolare e infiammazione.

Solo un trial interventistico ha studiato gli effetti dell’assunzione di PUFA N-3 sulla mortalità in soggetti sani, ed è stato dunque discusso separatamente. Lo studio in questione si è concentrato su una coorte di 563 uomini senza fattori di rischio di CVD alla base, a cui è stata somministrata una dieta con 2,4 g / die di integrazione di PUFA N-3. Nel follow up di tre anni è stata osservata una moderata riduzione della mortalità per tutte le cause nel gruppo con integrazione di questi acidi grassi.

Effetti sul profilo lipidico

Dallo studio è emerso che le concentrazioni di LDL sembrano essere meno reattive all’integrazione di PUFA rispetto ai TGC e anche i risultati sull’LDL ossidato sono scarsamente coerenti. La secrezione di lipoproteine nelle persone sane è soggetta a meccanismi ben regolati al fine di garantire un’omeostasi lipidica ottimale e dati quantitativi sulla regolazione dei lipidi plasmatici in soggetti che non mostrano alterazioni nella formula lipidica sono talvolta difficili da interpretare. Pertanto, gli autori affermano che sembra corretto ipotizzare che anche i cambiamenti deboli dopo l’assunzione di PUFA possano essere sostanziali.

La valutazione dei semplici valori di HDL e LDL potrebbe essere fuorviante, in quanto alcuni risultati sembrano indicare che i PUFA possono essere ritenuti responsabili di un rimodellamento della composizione proteica HDL e LDL verso sottotipi meno aterogenici. Per tale motivo, secondo gli autori ulteriori studi che valutino più precisamente i sottotipi di lipoproteine potrebbero fornire maggiore chiarezza.

Effetti sulla funzione cardiaca e pressione sanguigna

L’effetto sulla pressione sanguigna non sembra essere coerentemente riproducibile né clinicamente significativo in tutti gli studi esaminati.

Sono state evidenziate alcune differenze nell’effetto dei diversi Omega 3. L’ acido eicosapentaenoico (EPA) risulta scarsamente efficace sulla regolazione della pressione arteriosa rispetto a acido docosaesaenoico (DHA) e acido α-linolenico (ALA). Gli autori evidenziano che mancano inoltre prove concrete che mostrino risultati indicativi sulla modulazione dell’attività cardiaca.

Esistono prove contrastanti sul fatto che i PUFA possano avere un ruolo preciso nella regolazione dell’attività cardiaca nei soggetti sani, così come in coloro che soffrono di disturbi aritmici. Secondo gli autori può essere interessante notare che la diminuzione del tono vagale è segnalata in seguito all’assunzione di PUFA in condizioni di riposo, il che può parzialmente spiegare la debole capacità dei PUFA di abbassare la frequenza cardiaca.

Effetti sulla trombosi, salute vascolare e infiammazione

Per quanto riguarda le indagini sui parametri di salute vascolare e sul profilo antitrombotico, i dati sono difficili da standardizzare poiché si concentrano principalmente su singoli marker specifici che differiscono ampiamente tra gli studi.

In ogni caso, nessuno degli studi esaminati dagli autori ha mostrato alcun risultato indicativo di marcatori di infiammazione sistemica (IL-6 o TNF). Tuttavia, alcuni risultati suggeriscono una protezione endoteliale con conseguente riduzione del profilo infiammatorio sistemico. I marcatori di infiammazione e ossidazione valutati sono talvolta difficili da testare correttamente (labili,e sensibili alla temperatura, tecniche non standardizzate) e possono essere profondamente influenzati dalle abitudini di vita o dalle condizioni fisiopatologiche e dai fattori di stress.

Alcune limitazioni dello studio

Gli autori sottolineano che gli studi analizzati mostrano tuttavia una serie di limitazioni, tra cui la dimensione del campione (spesso troppo piccolo per essere rappresentativo), gli integratori considerati (che differiscono significativamente per composizione e fonte di grassi Omega 3) e il dosaggio adottato.

Inoltre, i paper esaminati non sempre registrano o riportano fattori come i polimorfismi nei geni coinvolti nel metabolismo del PUFA N-3, differenze individuali nell’assunzione alimentare, abitudini di vita (sport e fumo possono fungere da fattori di confondimento).

Un’altra limitazione importante riguarda il fatto che diversi studi non hanno tenuto conto della valutazione dietetica all’inizio e alla fine del periodo di follow up. Uno studio recente ha suggerito che il livello totale di grassi nella dieta ha un impatto diretto sull’utilizzo degli Omega 3: ciò conferma che l’assunzione alimentare abituale (in particolare di grassi totali, fibre e zuccheri) deve essere considerato come fattore confondente negli studi sull’integrazione di PUFA N-3.

Quali altri dati ricaviamo dallo studio?

I dati analizzati dagli autori forniscono prove a sostegno dei benefici per la salute e del ruolo importante dei PUFA N-3, sia come integratori isolati (EPA / DHA) che come prodotti derivati dal pesce, come parte di una dieta per la protezione cardiovascolare. In questo senso, l’implementazione della PUFA N-3 dovrebbe essere incoraggiata.

Le strategie specifiche dovrebbero rispondere ai bisogni dei sottogruppi di popolazione vulnerabili, come le fasce a basso reddito, quelle apparentemente sane ma a rischio di malattie cardiache, nonché i vegani e i vegetariani che non mangiano pesce.

Gli autori evidenziano infine che, sebbene l’EPA e il DHA possano essere direttamente derivati dall’ALA, questo processo ha un’efficienza di conversione limitata, pertanto le diete che non includono pesce o uova generano di conseguenza un’assunzione subottimale di EPA e DHA.

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