La dieta nordica, nota anche come dieta del Mar Baltico, è stata sviluppata nell'Europa settentrionale sulla base dell’alimentazione tradizionale degli abitanti di quell’area e prevede il consumo di cereali integrali, frutta (in particolare bacche, mele e pere), verdure, legumi, olio di colza, pesce grasso (salmoni, aringhe, sgombri), crostacei, alghe, carni magre (pollame e selvaggina), latticini a basso contenuto di grassi, poco sale e pochi zuccheri.

Una recente revisione sistematica della letteratura ne attesta gli effetti positivi nell’abbassare la pressione sanguigna e nel migliorare il profilo lipidico.

La sintesi dei dati di cinque studi randomizzati condotti su un totale di 513 partecipanti ha mostrato che l’adesione al modello dietetico nordico si traduce in una diminuzione importante della pressione arteriosa sistolica e diastolica. «I nostri risultati – scrivono gli autori – hanno anche confermato che la dieta nordica influisce in modo significativo sui livelli di colesterolo totale e LDL rispetto alle diete usate come controllo. Abbiamo osservato miglioramenti nei valori del colesterolo HDL e dei trigliceridi». Inoltre, si è visto che questo regime dietetico si associa a un rapporto più favorevole tra “colesterolo buono” e “colesterolo cattivo”, cosi come quello tra le apoproteine ApoB e ApoA1, entrambi ritenuti tra i migliori predittori del rischio cardiovascolare.

Sembra inoltre che gli effetti benefici di questo modello dietetico siano ancora maggiori quando viene adottato da persone con sindrome metabolica, con pressione sanguigna e valori di grassi nel sangue anomali. I miglioramenti sono emersi dal confronto con regimi alimentari più diffusi, come la “dieta media danese”, del resto molto comune in tutti i Paesi ricchi, in cui prevalgono cereali raffinati, molti prodotti lattiero-caseari, carne, cibi pronti, alimenti zuccherati e un contenuto inferiore di verdure e frutta, spesso importate, contrariamente a quanto accade nella dieta nordica, che privilegia i prodotti a chilometro zero.

Studio effettuato da ricercatori dell’Università Shahid Sadoughi di Yazd, in Iran.

Renato Torlaschi

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