Le nuove acquisizioni scientifiche riconoscono sempre più l’influenza del consumo dei diversi tipi di cibi sull’ambente e sui cambiamenti climatici. Ma il tipo di dieta è molto variabile nelle diverse zone del mondo, come attesta uno studio che ha analizzato in particolare l’alimentazione prevalente in quattro Paesi europei: Danimarca, Repubblica Ceca, Francia e Italia. «Esistono notevoli variazioni nell'assunzione di cibo e sostanze nutritive in tutta Europa – hanno rilevato gli autori – anche all'interno di ciascun Paese».

La frutta è consumata in dosi variabili da 118 a 199 grammi al giorno, la verdura da 95 a 239, il pesce da 12 a 45, i latticini da 129 a 302, le bevande zuccherate da 48 a 239 millilitri e l’alcol da 12 a 45 grammi.

In generale, gli italiani hanno una dieta più sana rispetto ai cittadini degli altri Paesi esaminati, ma non abbastanza: consumano più frutta, verdura e pesce, ma l’apporto di nutrienti come calcio, potassio e magnesio è inferiore rispetto ai danesi, che privilegiano i prodotti lattiero-caseari ed eccedono in bibite e alcolici. Dovunque risulta insufficiente l’assunzione di legumi (meno di 20 g al giorno), di noci e semi (meno di 5 g), mentre è eccessiva, sia dal punto di vista nutrizionale che ambientale, quella di carne (più di 80 g).

All’interno dei singoli Paesi incidono notevolmente fattori come l’età, il sesso e livello di istruzione: si osserva un maggiore apporto di verdure nelle fasce di popolazione con più alti livelli di scolarità, che hanno anche ridotto il consumo di carne.

A livello internazionale, sono state sviluppate linee guida per diete che coniugano la salubrità e il rispetto per l'ambiente. Queste raccomandazioni per lo più sottolineano il fatto che una riduzione delle emissioni di gas serra si può ottenere con un cambiamento dell’alimentazione verso gli alimenti di origine vegetale. «Tuttavia – scrivono gli autori – ci sono ancora molte abitudini da cambiare; infatti, nei campioni esaminati, l’assunzione di proteine vegetali è appena il 35% del totale».

Studio effettuato da ricercatori della Wageningen University, nei Paesi Bassi, e altri istituti di ricerca europei.

Renato Torlaschi

 

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